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Luca Padroni – testo del 2001

Asfalto, liquido cristallizzato raffreddandosi, calpestato da tutti; scarpe di legno, ortopediche, da ginnastica, qualche piede nudo, e i pneumatici delle auto, degli autobus, tutto su questo manto nero, mostro, pelle di balena. Le facce, la moltitudine, il mercato, quelle riproduzioni sui vasi cinesi che esprimono pace, serenità interiore, paesaggi orientali popolati da figure quasi comiche, in una natura ordinata. Tai Chi.
Le scale della metro, illuminate come il più triste ospedale, che portano fin sotto le antiche rovine romane. Un volto etiope, una macchina rossa e l’atmosfera pulviscolare del porticato di piazza Vittorio. Lezione di Tai Chi.
Follemente stringo amicizia con persone che ormai esistono solo nella mia mente.
Mi ritrovo a parlare ad esempio con Dubuffet e penso che ciò che mi interessa è raccogliere tutto quello che posso. “Non annetto alcuna importanza a ciò che la gente chiama stile, e da cui essa si lusinga di riconoscere un autore. Voglio essere riconosciuto dalle mie idee, o meglio, dalla mia andatura. Cerco soltanto di farmi intendere nel modo più breve possibile…”, lo diceva Jean Cocteau. Intendo ricostruire una situazione inevitabilmente storpiata dall’immaturità di un artista privilegiato e viziato, selvatico, che ripercorre le strade di tutti come fossero sentieri, trovati per caso, in un giorno fortunato, e che potrebbero portare ovunque.
Luca Padroni
Testo pubblicato in occasione della mostra Vizi di Forma, Galleria Spicchi dell’est, 2001