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Prospettiva Miró

 

binario 94x200cm olio su legno

“Il treno Eurostar delle ore dieci e trenta per Milano è in partenza dal binario 1”, lo squillo di un cellulare, poi di un altro, passi, molti passi, le ruote dei trolley, di nuovo un annuncio, “Sono alla stazione, mi senti? Pronto!”, “La Repubblica, per favore”, trambusto intorno al bancone di un bar, oggetti urtati, i freni di una locomotrice, il fischio di un veicolo elettrico che si fa largo tra la folla, tanti rumori a tratti fusi in un unico enorme frastuono, la stessa confusione è nelle cose, le pubblicità da terra, le pubblicità da parete (è sparito, però, il grande orologio, peccato era utile) i banchi dei giornali, la vetrina dei libri, la merce nei negozi, vecchi, adulti, bambini, giacconi, tanti giacconi, scarpe di ogni genere, pantaloni, gonne, i mendicanti con i carrelli pieni di stracci (come è possibile esistano i mendicanti in una società tanto opulenta?), tutti i tipi di valige, montagne di cornetti, treni in partenza, treni in arrivo.
Se in questa mischia ci si trova immersi entrando nella stazione ferroviaria di una città, si può intuire cosa abbia indotto Luca Padroni a dipingere un quadro come Prospettiva Miró, ora esposto proprio in una delle vetrine della Stazione Termini a Roma. Il desiderio, probabilmente, di far fronte con un’immagine essenziale al sovrappiù di elementi visivi dal quale siamo costantemente investiti.
Taluni riconosceranno in essa il primo Pendolino Milano – Roma, il cui nome, ricavato dalle sillabe iniziali dei due nomi di città, è lo stesso del grande artista Joan Miró.
Luca Padroni ha resa l’immagine di quel treno fermo in stazione attraverso un processo di sintesi, ottenuto ignorando il dato particolare. Nel dipinto, ad esempio, non compaiono le consuete indicazioni poste lungo le fiancate delle carrozze, né oggetti sparsi sul pavimento della banchina, è sparita tutta la segnaletica, scomparsi anche viaggiatori e controllori. La sagoma del veicolo con le sue caratteristiche tecniche, il muso allungato della locomotrice, quel tipo di fanale e di finestre, come anche la struttura architettonica della stazione, è condensata in pochi, ma esaurienti tratti. È tradotta nella sua icona, in un’immagine dal potere evocativo, assai efficace, capace di imporsi per la sua estrema chiarezza.
In fondo l’arte (sulla cui natura si possono azzardare diverse ipotesi, senza pretendere che nessuna di esse sia definitiva) è anche un modo di concretizzare i propri desideri. E se, all’inizio del secolo scorso, il desiderio di vivere a grande velocità in mezzo a una moltitudine di individui faceva scrivere ai Futuristi “Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere e dalla sommossa; canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne, canteremo il vibrante fervore notturno dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde…” e faceva dipingere a Boccioni arrivi e partenze talmente fulminei che nella corsa nessun oggetto o individuo è più riconoscibile, ora che nella velocità e nella moltitudine viviamo immersi, a prevalere sono altri desideri.
Il desiderio di silenzio, di quiete, soprattutto di una condizione che permetta di riservare attenzione alle cose. Il treno di Luca Padroni, dovremmo, forse, pensarlo come una sorta di modello. Così dovremmo vedere una cosa se fossimo capaci di concentrarci su di essa senza farci distogliere da ciò che è intorno, così dovremmo ricordare una forma, con i suoi dati essenziali, così dovremmo sgombrare il campo perché nel salubre vuoto arrivino pensieri imprevedibili.
La tecnica con la quale è realizzato il dipinto, il colore a olio che essicca adagio, steso per velature attraverso un processo lento di sovrapposizioni, sembra confermare la caparbia intenzione di una visione meditata.
Ma Luca Padroni, nato a Roma nel 1973 e a Roma residente dopo un iter di studi artistici tra l’University College di Londra, l’Art Institute di Chicago e il Kent Institute of Art e Design di Canterbury, ama quella concitazione a tratti innocua a tratti violenta, che segna la città. Lo si deduce dal fatto che i suoi primi lavori, apparsi in alcune mostre tra il 2001 e il 2004, siano stati realizzati partendo da numerosi studi eseguiti dal vivo a piazza dei Cinquecento, alla Stazione Termini o in altri luoghi affollati di Roma. Trascorreva le ore in mezzo al traffico, disegnando su un album, forse fermo a un incrocio, al riparo su un marciapiede, in mezzo a tanta gente in movimento, tra macchine e mezzi di ogni genere. Il risultato sono tele fitte di inserti, con figure, architetture, giardini, monumenti e macchine, tante macchine. Quando, nella primavera di quest’anno alla mostra personale nella Galleria Oddi Baglioni di Roma, sono apparsi i nuovi lavori, affini per soggetto e impianto a Prospettiva Miró, Luca Padroni sembra aver trovato il modo di allacciare con il caos, con la concitazione, con la velocità, con il fiume di gente, un rapporto più intenso. Realizzando, ossia, un’opera destinata a essere immersa in quel caos. Un’immagine essenziale, un’icona capace di inchiodare anche coloro che hanno fretta.

Daniela Lancioni