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Pittura verticale

panoramicarit

Questa non è una mostra ma la scalata di una montagna, un’ascesa alla luna.
Si sale sempre più su nelle tele di Luca Padroni, fino a quelle vette innevate che sembrano dipartirsi come vampe di ghiaccio da laghi carbonizzati. Tutto è immobile in quelle tele, immobile da sempre. Quanto si vede sembra l’effetto di un grande cataclisma atmosferico, un nubifragio che ha dilavato tutto, eccetto l’essenziale.
Sono paesaggi dell’io, pacificati luoghi mentali, eremi immaginari, raggiunti i quali poter poi sprofondare in crateri cupi come forre, cavità che portano diritto all’inconscio. Nei dipinti di Luca Padroni, infatti, si sale, ma solo per meglio ammirare da quelle sommità gli abissi.
La vertigine si sviluppa tutta dentro la pittura, una pittura che sa di roccia, disadorna fino all’osso, svuotata di piacevolezze, pittura intrisa di silenzi e di solitudini.
E’ la pittura stessa che implode in quelle voragini fosche, dall’apparenza di vulva, per espandersi, come di rimbalzo, nelle fauci spalancate dei picchi rupestri.
La pittura come sonda e volo, come ritratto dell’inconscio: è questo il pianoro dell’arte-montagna su cui Padroni impianta le tende della sua consapevolezza immaginativa. Padroni dipinge infatti la pittura, chiedendole di assumere il corpo di un’apocalisse lenta, al contempo tragica e liberatoria.
E’ stata la poetica romantica del Sublime ad individuare nel genere paesaggistico, dalle vedute montane di Friedrich alle tormente di Turner, un veicolo di sentimenti di stupore e smarrimento. Panoramici strapiombi e poderose forze della natura stavano lì ad evocare l’immenso che cova ovunque, anche nella nostra mente. Sono stati i romantici infatti a insegnarci che il punto più profondo dell’universo sta nella nostra testa. Le contemplazioni paesistiche di Padroni sfruttano tensioni analoghe, per quanto prosciugate d’enfasi e orfane di un referente esterno, il paesaggio, che è infatti del tutto introiettato.

Primo settembre 2010, fiamme si levano alte nello studio di Luca Padroni. Questa non è una metafora, il fuoco ha divampato per davvero al terzo piano dell’ex Pastificio Cerere a San Lorenzo, nello studio che Luca occupa da un anno. Bruciano i quadri, il fumo s’inerpica denso da una finestra lasciata aperta, passanti avvistano la colonna grigia, chiamano i pompieri, una cascata d’acqua spegne il rogo, lasciando in vista un antro buio e odoroso di carbone. Entrando, solo pareti affumicate e, al centro della stanza, un ampio squarcio colore della brace nel pavimento di legno, quello eroso dal fuoco nel punto in cui si è scatenato l’incendio. Nella fuliggine, una luce mentale: sembra di essere penetrati in un quadro di Luca. C’è il cratere combusto, ci sono le pareti dal bianco impastato di nerofumo, c’è il dramma. Non si sa se sia stata la pittura a scendere nel mondo o se sia stato il mondo a farsi quadro, fatto sta che una trasformazione ha devastato lo studio di Luca, rendendolo simile alla sua pittura. «Fuoco cammina con me» diverrà il titolo, tratto da un film di David Lynch, della mostra a cui Luca stava lavorando, questa. Il fuoco non lascerà più Luca non perché egli non si sia apprestato a intonacare e ripulire lo studio, ma perché da certe esperienze dalla faccia feroce si esce spesso rigenerati. La distruzione è a volte un modo di porsi della creazione, e di fuoco è fatto il sole che alimenta la vita e illumina la terra. Il fuoco è purificatore per tutte le civiltà agrarie del mondo che usavano bruciare i campi e così predisporli, riverginati, ad una coltivazione più robusta. Il fuoco, come materia e metafora, cammina sempre con noi.

La pittura o è verticale o non è. L’arte tutta è arte verticale. Inutile è l’arte che non porti con se echi di profondità. E’ molta l’arte d’oggi che galleggia su facili orizzonti di superficiale godibilità. In quell’assenza di spessore l’arte annoia e smuore. E’ per questo che questa mostra è una scalata di una montagna, un’ascesa alla luna. La salita è tutta psicologica, e la discesa è tutta nella pittura. In questo cammino capita di incontrare il fuoco o altri elementi, di cullarsi in nere fosse lasciate da meteore cadute, di espandere lo sguardo su bianche lontananze. La pittura di Padroni è pittura antica, quelle condizioni remote sono la verticale dell’arte quando si fa grembo di stelle.

Guglielmo Gigliotti