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I Valori Personali – MACRO Testaccio, Roma

Luca Padroni
I Valori Personali
a cura di Claudio Crescentini

Preview Stampa: martedì 31 gennaio 2017 ore 11.00
Inaugurazione: martedì 31 gennaio 2017, ore 18.30 – 21.00
Apertura al pubblico: 1 febbraio – 26 marzo 2017

MACRO Testaccio, Padiglione 9B
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

Dal 1 febbraio al 26 marzo 2017 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma ospita
la mostra personale di Luca Padroni dal titolo I valori personali, curata da Claudio
Crescentini, e promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale –
Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con le gallerie
Montoro12 Contemporary Art di Roma e L&C Tirelli di Vevey (CH).
Luca Padroni è un accumulatore. Di storie, di scenari, di persone. Tramite diverse tecniche
pittoriche scandaglia una realtà dalle mille facce contrapposta alla sua esistenza
individuale, mettendo in rapporto luoghi, esseri umani e luci non sempre in contatto tra
loro. In questo gioco equilibristico di addizione e sottrazione crea un universo unico dove
far convivere amanti tantrici, gatti volanti, colonne romane, passanti alla ricerca di un
perché, pini secolari, nascite e morti.
Dagli anni Novanta, dopo la lunga esperienza formativa londinese, Padroni combina la
tradizionale pittura ad olio al collage, a forme amorfe di dripping (nei cicli eterei dei
paesaggi astrali), fino ad arrivare ad un astrattismo figurativo nella serie dei “Crateri”. La
molteplicità delle sue esigenze narrative torna a mettersi alla prova in questi quadri più
recenti, fatti su misura per lo spazio del Macro, che partono dagli studi sulla etnica e
suggestiva casa di Anna Paparatti (pittrice, scrittrice e viaggiatrice che molto ha significato
per la vita culturale della città di Roma, dagli anni Settanta in poi, soprattutto per la sua
attività presso la Galleria L’Attico di Fabio Sargentini e come performer del Living Theater
di Julian Beck), ma che diventano, in alcune tele, le basi su cui imprimere ricordi, sogni,
ossessioni personali.
Ecco che arriva dunque, fa capolino di sottecchi, piano piano, discretamente ma di colpo,
come sempre nel suo esplosivo stile espressionista, il titolo della mostra: “I valori
personali”: valori raffigurati in azioni, in movimento, in coraggio; personali perché
raccontano l’autore stesso (dietro la mano che compie il gesto) ma anche i protagonisti
delle storie evocate, che sia un centenario che corre la maratona di Londra, una pittrice
dimenticata dai più ma amata da èlite illuminate, un regista che ha fatto di un grande salto
la scelta definitiva.
In un’epoca in cui abbiamo tutti bisogno di spazio e precisione, di attenzione e di dettagli,
Padroni ci offre, e pretende, il tempo di osservazione della parte di reale che vede il suo
occhio. Lo pretende e lo ottiene con la potenza visiva di una grande pittura.
In occasione della mostra verrà presentato un catalogo, con testi critici del curatore,
Claudio Crescentini, e Marco Tonelli, Ursula Hawlitschka, Fabiana Sargentini.

Biografia
Luca Padroni (Roma 1973) si è formato presso il Kent Institute of Art and Design, The
Slade School of Fine Arts di Londra, The School of the Art Institute of Chicago e,
attraverso una borsa di studio Fulbright, il San Francisco Art Institute. Ha partecipato a
numerose mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Tra quelle presso le Istituzioni
pubbliche ricordiamo: Ortus Artis e Fresco Bosco, a cura di Achille Bonito Oliva, Certosa di
San Lorenzo, Padula (2008); Mythos, Miti e Archetipi nel Mediterraneo, a cura di Renato
Miracco, Museo Bizantino e Cristiano, Atene (2007); Fuori Tema, XIV Edizione della
Quadriennale di Roma, Galleria Nazionale, Roma (2005); Milano Africa, a cura di Marina
Mojana, Fabbrica del Vapore, Milano (2005). Fra le mostre più recenti ricordiamo: Altri
tempi, Altri Miti, Montoro12 Contemporary Art, Roma (2016); Unioni Civili, Galleria L’Attico,
Roma (2016); Casa di Anna, CR Arte Palazzo Taverna, Roma (2015); Tempo Spazio
Movimento, Galleria Espace Gaia, Geneve / CH (2013); Biografie Visionarie, Galleria
Wunderkammern, Roma (2012); Fuoco cammina con me, Galleria Il Segno, Roma (2010);
Terra!, Galleria Trecinque, Rieti (2010); Oltre il Trompe l’Oeil, Galleria L’Attico, Roma
(2010); Fault Lines, Galleria Testori UK, Londra / UK (2008); Transiberica, Galeria La
Aurora, Murcia / Spagna(2007); Pittori al Muro, Galleria L’Attico, Roma (2006); Tran-Tram,
Galleria Oddi Baglioni, Roma (2005). Nel 2013 è stato selezionato dal Comune di Roma
per decorare le pareti di alcune sale dei Musei Capitolini, Palazzo Nuovo, pianoterra.
Attualmente l’artista vive e lavora a Roma.

ENG

Luca Padroni
I Valori Personali
curated by Claudio Crescentini

Press Preview: Tuesday 31st January 2017 – 11am
Opening: Tuesday 31st January 2017, from 6.30pm to 9pm
1 February – 26 March 2017

MACRO Testaccio, Padiglione 9B
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

From 1st February to 26th March 2017 MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
hosts the solo exhibition of Luca Padroni, entitled I valori personali, curated by Claudio
Crescentini, and promoted by Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale –
Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaboration with the galleries
Montoro12 Contemporary Art of Rome and L&C Tirelli of Vevey (CH).
Luca Padroni is an accumulator. Of stories, scenaries, people. Through various painting
techniques he explores a reality that is characterised by a multifaceted nature, in
opposition to his individual existence, juxtaposing places, human beings and lights that are
not always in touch with each other. In this act of balancing made of additions and
subtractions, he creates a unique universe where tantric lovers, flying cats, Roman
columns, people passing by in search of answers, century-old pines, births and deaths all
coexist.
Since the 1990s, after a long formative experience in London, Padroni has combined
traditional oil painting with collage, amorphous forms of dripping (in the ethereal cycles of
astral scenaries), culminating in the figurative abstractism of the “Crateri” series. The
multiplicity of his narrative needs are challenged once again in these recent works, made
to fit the spaces in Macro, stemming from the studies on the ethnic and evocative house
belonging to Anna Paparatti (painter, sculptor and traveller who has given a great
contribution to Rome’s cultural life, from the 1970s onwards, especially for her work at
Fabio Sargentini’s Gallery L’Attico, as well as for her work as performer of Julian Beck’s
Living Theatre), becoming, in some of the canvases, the basis upon which memories,
dreams, and personal obsessions are engraved.
This is how, as if peaking from a distance, as always in his explosive expressionist style,
the title of the exhibition arrives: “I valori personali”: values represented through actions,
moving with courage; personal because they tell a story about the author himself (behind
the hand executing the action), but also the protagonists of the stories that are evoked,
whether it’s a centenarian running the London marathon, a painter forgotten by most but
loved by the enlightened èlites, a film director that turns a big jump into his final decision.
In a time when we all need space and precision, attention and details, Padroni offers, and
expects, time to observe the part of reality seen by his eye. He expects it and obtains it
with the visual power of great painting.
In the occasion of the exhibition, a catalogue with critical texts by the curator Claudio
Crescentini, and Marco Tonelli, Ursula Hawlitschka, Fabiana Sargentini, will be presented.

Biography
Luca Padroni (Rome 1973) was educated at the Kent Institute of Art and Design, The
Slade School of Fine Arts di Londra, The School of the Art Institute of Chicago and, after a
Fulbright scholarship, the San Francisco Art Institute. He has taken part in numerous solo
and group exhibitions in Italy and abroad. Among those at Public Institution: Ortus Artis e
Fresco Bosco, curated by Achille Bonito Oliva, Certosa di San Lorenzo, Padula (2008);
Mythos, Miti e Archetipi nel Mediterraneo, curated by Renato Miracco, Museo Bizantino e
Cristiano, Atene (2007); Fuori Tema, XIV Edizione della Quadriennale di Roma, Galleria
Nazionale, Rome (2005); Milano Africa, curated by Marina Mojana, Fabbrica del Vapore,
Milan (2005). The most recent exhibitions include: Altri tempi, Altri Miti, Montoro12
Contemporary Art, Rome (2016); Unioni Civili, Galleria L’Attico, Rome (2016); Casa di
Anna, CR Arte Palazzo Taverna, Rome (2015); Tempo Spazio Movimento, Galleria Espace
Gaia, Geneve / CH (2013); Biografie Visionarie, Galleria Wunderkammern, Rome (2012);
Fuoco cammina con me, Galleria Il Segno, Rome (2010); Terra!, Galleria Trecinque, Rieti
(2010); Oltre il Trompe l’Oeil, Galleria L’Attico, Rome (2010); Fault Lines, Galleria Testori
UK, London / UK (2008); Transiberica, Galeria La Aurora, Murcia / Spain (2007); Pittori al
Muro, Galleria L’Attico, Rome (2006); Tran-Tram, Galleria Oddi Baglioni, Rome (2005). In
2013 has been selected by the City of Rome to decorate some room of Musei Capitolini,
Palazzo Nuovo, ground floor. The artist lives and works in Rome.

PRESS OFFICE
Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura
Patrizia Morici / T. +39 06 82 07 73 71 / M. +39 348 54 86 548 p.morici@zetema.it
and Federica Nastasia / T. +39 06 82 07 74 29 f.nastasia@zetema.it
stampa.macro@comune.roma.it

INFO
MACRO Testaccio
Padiglione 9A
Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Rome
From Tuesday to Sunday, 2pm-8pm (ticket office closes 30 minutes before)
Closed on Monday

Ticket MACRO Testaccio:
Full: non residents 6,00 €, residents 5,00 €
Reduced: non residents 5,00 €, residents 4,00 €
Ticket MACRO via Nizza + MACRO Testaccio
Full: non residents 13,50 €, residents 12,50 €
Reduced: non residents 12,50 €, residents 11,50 €
Information: www.museomacro.org

INFO: 060608
www.museomacro.org
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Sponsor Sistema Musei in Comune
In Collaborazione con MasterCard Priceless Rome
Media Partner Il Messaggero
Servizi di Vigilanza Travis Group

Luca Padroni – testo del 2001

Asfalto, liquido cristallizzato raffreddandosi, calpestato da tutti; scarpe di legno, ortopediche, da ginnastica, qualche piede nudo, e i pneumatici delle auto, degli autobus, tutto su questo manto nero, mostro, pelle di balena. Le facce, la moltitudine, il mercato, quelle riproduzioni sui vasi cinesi che esprimono pace, serenità interiore, paesaggi orientali popolati da figure quasi comiche, in una natura ordinata. Tai Chi.
Le scale della metro, illuminate come il più triste ospedale, che portano fin sotto le antiche rovine romane. Un volto etiope, una macchina rossa e l’atmosfera pulviscolare del porticato di piazza Vittorio. Lezione di Tai Chi.
Follemente stringo amicizia con persone che ormai esistono solo nella mia mente.
Mi ritrovo a parlare ad esempio con Dubuffet e penso che ciò che mi interessa è raccogliere tutto quello che posso. “Non annetto alcuna importanza a ciò che la gente chiama stile, e da cui essa si lusinga di riconoscere un autore. Voglio essere riconosciuto dalle mie idee, o meglio, dalla mia andatura. Cerco soltanto di farmi intendere nel modo più breve possibile…”, lo diceva Jean Cocteau. Intendo ricostruire una situazione inevitabilmente storpiata dall’immaturità di un artista privilegiato e viziato, selvatico, che ripercorre le strade di tutti come fossero sentieri, trovati per caso, in un giorno fortunato, e che potrebbero portare ovunque.
Luca Padroni
Testo pubblicato in occasione della mostra Vizi di Forma, Galleria Spicchi dell’est, 2001

Poi il silenzio, anzi no Padroni – di Claudio Crescentini

Ero immerso nell’inchiostro. La strada la vedevo
appena e quando non la vedevo, me la immaginavo.
Ogni tanto il bagliore fiacco della luna
riusciva a diffondersi nella trapunta di nuvole che
copriva il cielo e allora scorgevo per qualche istante
i campi e le sagome nere delle colline ai lati della
carreggiata.
– Niccolò Ammaniti

 

Sono più che sicuro che le immagini deviate dalla foga e dalla paura di Michele Amitrano, protagonista del romanzo di Niccolò Ammaniti, se avessero potuto avere un loro versante visivo, avrebbero avuto le forme-informi di Luca Padroni. Il riferimento corre diretto verso Study for End of Millennium Anime (1998): corpi corretti dal gesto veloce e filamentoso della penna, linee fisiognomiche sviate dal tratto nervoso e confuso – solo apparentemente –  dal carboncino, fino ad arrivare al flash composito delle architetture dipinte – Study of a Building by Raylway Track (1998) – dal vago sapore Novecentesco  molto vago – e a volte sironiano, così come per quello che riguarda le ultime opere – Via Giolitti, Coppia che balla un tango immaginario, la serie per Roman Urban Landscape, Sindagma Square tutte del 1999 – ma non anticipiamo i tempi.

Eppure Padroni, pur nella apparente, lo ripetiamo, deformità delle figure, ne privilegia l’inserimento in una composizione prospettica precisa e corretta, riuscendo a risolvere in maniera omogenea e accurata quello che a prima vista, per chi guarda e non vede, potrebbe sembrare un puro – tardo?- espressionismo figurativo. Padroni e Ammaniti sono del resto figli di una figurazione l’uno e di una scrittura serrata e visiva l’altro che nulla o poco hanno a che fare con la cultura artistica italiana del vecchio secolo, avulsi seppur integrati verso una ricerca di immagini e deformazioni che collegano, anche se con riserva, il primo ai piaceri del segno-colore della Transavanguardia – Chia in primis – il secondo alla scrittura reale-sur-reale di Italo Calvino, soprattutto nell’esistenza orrorifica vissuta dalla mente del piccolo protagonista del romanzo.
Per il resto i due artisti viaggiano a se stanti, in binari mediali neanche tanto paralleli, senza che risulti fondamentale se l’uno, nel nostro caso Padroni, conosce l’altro, anche se mi è sembrato rilevare proprio il centro di affinità dei due artisti, il loro uso sintetico del segno sintattico così come di quello pittorico, in un periodo artistico – il nuovo secolo – sempre più corrotto da semplici concettualismi, trovate estetiche di confusa memoria e fiato assai corto.
Padroni in questo senso risulta, a mio avviso, ancor più fuori dal magma artistico giovanile italiano contemporaneo, sia per tipo di educazione artistica – laurea presso la prestigiosa e rigorosa Slade School of Fine Art di Londra (1994-98) – sia per lo studio continuo e incalzante, stringato, intrapreso dall’artista in funzione del prodotto finale.

img-20161213-wa0008The agony of the artist with weeping Eleni (1997), olio su tela di lino, cm 182×243

Faccio diretto riferimento ai disegni preparatori che formano il corpus identificativo dell’opera dell’opera pittorica di Padroni, come nel caso della serie, già citata, per l’End of Millennium Anime (1998) o di quella precedente per Kiss at the Slaughter-house (1997).
Il quid è comunque ben identificabile negli studi di Padroni che finiscono per essere “studi” seppur poi autonomi e staccati dall’opera finale – in particolare quelli del biennio 1998-99 – vivi grazie ad una propria emancipazione di segno e di forme, soprattutto se confrontati con le precedenti operazioni pittoriche di Padroni, come il grande disegno Here was killed Thomas Backet (1991) di Canterbury. In questo specifico caso, ribaltando la concezione dello studio preparatorio, Padroni crea un’opera finale come vera e voluta struttura in fieri, a prima vista appena abbozzata ma già con mano sicura e prospettiva accurata.
Passato e presente – verso il personale futuro – già sembrano convivere nella prima committenza importante dell’artista, mediante una unicità che continua fino ad oggi e che, si spera, oltrepassi i decenni. E non serve poi tanta immaginazione pensare l’artista in piedi davanti alle grandi carte preparatorie intento a proporre e riproporre il particolare ricercato fino alla sofferta trascrizione formale finale, pronto a documentare i passaggi, lenti ma accorti, della propria operazione creativa.
Facendo riferimento diretto alla pittura, lo stesso artista scrive, nell’inedito diario del periodo di Chicago, “(…)voglio che ci sia l’odore artificiale degli aeroporti, i malditesta, i profumi dolciastri delle boutique, i rumori aspiranti, altri malditesta ed il sapore ghiandolare dell’ansia, la forza di volontà, la disperazione dell’autodisciplina”.
Quei rumori, quegli odori dolciastri non sono però solo speculazione descrittiva ma pure vera trasformazione pittorica, spessore e segno concreto, come nell’affascinante esempio del “bacio” – Kiss at the Slaughter-House, dove due fluttuanti sagome si baciano focosamente fra quarti di manzo e tocchi di bue in una tridimensionalità appena accennata che rende il piano di fuga ancora più precario ed angosciante.

img-20161213-wa0003
Study of Eleni (1998), matita su carta, cm 32×42

Carne appesa, il rosso crudo, la lacerazione, l’esasperazione. L’assurdità di ciò che è destinato a finire; il disastro umano. La contingenza che caratterizza tutto. Per la consapevolezza che comporta, l’arte allo stesso tempo da’ speranza e getta nella disperazione.
I due amanti baciandosi volano via, spettacolo per una folla macabra di spettatori che sono lì per ricordargli che la loro sorte è di consumarsi. Ed è proprio lì la forza della ricerca grafica di Padroni,  vincolata ad una concessione dispotica e sensoria dell’immagine che allo stesso tempo diventa, per così dire all’antica, come non si usano quasi più fra i giovani artisti, italiani e non, come fra molti docenti di Accademia, e che lo ricollega alle radici dirette della propria formazione artistica. Non è un caso che l’accostamento più frequente che si fa fra Padroni e il passato eh proprio nel riferimento con la violenza del segno di una certa ondata anglofona post – anni  Cinquanta, partendo da Francis Bacon, senza disdegnare però ulteriori collegamenti con la figurazione sporca e cromatica di De Kooning.

img-20161213-wa0010Kiss at the Slaughter-House (1998),olio e carboncino su tela di lino, cm 182×243

Hockney, Rauschenberg, fino ad arrivare a Leon Kossof, Roger B. Kitay; ai “minismi” di Ken Kiff e Colin Smith, le cromie di Jaques Monory e Timothy Hyman  che è stato tra l’altro uno dei diretti insegnanti di Padroni. Volendo la lista sarebbe infinita ripescando anche nel contenitore espressionista tedesco – Anselm Kiefer –  ma ancora e solo se si vuole sottolineare il rapporto cromatico dei dipinti di Padroni; cromatico nel senso di espressivo, ovviamente.
Alla resa dei conti le deformazioni guardano anche all’arte italiana, dalle corporeità del pigmento del primo Scialoja, così come del Vedova figurativo, di Tancredi fino alla Transavanguardia, ristretta però a quel meraviglioso ed esplosivo frangente della fine Settanta – inizio Ottanta.
“Poi il silenzio, anzi no Padroni”, perché proprio questa a volte la difficoltà della critica militante su un contesto artistico ancora in atto,  quello di voler vedere, a tutti i costi, i Maestri, un tocco preciso che ci riporti –  il critico e l’artista – alla storia, cercando a tutti i costi un raccordo, un contesto.
Evidenziato quello di Luca Padroni posso però aggiungere, come controcanto,  l’autonomia dell’artista nelle proprie scelte visive e soprattutto la superiorità formativa nelle ultime opere. Mi riferisco in particolare alla realizzata soluzione costruttiva dell’opera S. Prassede e Cristo con grande cravatta(1999) che ben figurerebbe fra altre opere culturali contemporanee, soprattutto per quel frammento destro della Crocifissione non immune – ancora per la storia-  da rimembranze Cinquecentesche, dalle deformazioni espressionistiche – già allora? –  di un Pontormo o di un Rosso Fiorentino.
La pittura diventa ancora più corposa, meno grafica rispetto alle precedenti matericità, inclinata, grazie soprattutto alle sovrapposizioni a collage di carte, lacerti cartonati e massa-colore, verso una tendenza che l’artista non solo non ha abbandonato ma ha sapientemente sperimentato, come nella recente serie di studi su Piazza dei Cinquecento.
Centinaia di foto dilagano sulle pareti dello studio di Padroni, come in un maniacale resoconto visivo dal quale puoi carpire, sviscerare una nuova emozione pittorica, una ennesima fibrillazione sensoria.

img-20161213-wa0001Studio di personaggi in fila per il taxi (2000), matita su carta, cm 12×20

Ancora in evoluzione e troppo vicina – nel rapporto storico tra spazio e tempo –  per dare una conferma delle capacità evolutive di Luca Padroni, la serie si impone comunque già con una propria autonoma sostanziale omogeneità, ancora più dirty rispetto al precedente, soprattutto in alcuni specifici momenti: Spettatori della fila per taxi, Siringone e Piazza dei Cinquecento, tutti e tre del 2000. L’ultimo in particolare, che in parte riprende e potenzia le soluzioni compositive già descritte con  S. Prassede e Cristo con grande cravatta, accorpa soluzioni grafiche quasi astratte – il paesaggio a sinistra –  a frammenti narrativi –  i taxi e le auto sulla destra –  con inserimenti aggettanti e soluzioni più prettamente  realistiche –  i volti –  senza compromessi e sostanziali derivazioni dove, almeno in apparenza, ritorna il senso di un’arte non solo descrittiva ma anche ideale, nella spinta emotiva ed etica del percorso intrapreso, con sicuramente qualcosa di nuovo, o almeno di originale, rispetto alla media generazionale italiana, troppo spesso persa nella rincorsa all’originale tout court.
Per il resto, ai posteri l’ardua sentenza, in attesa del domani, guardiamo a Bin bon ndah! di ni thai chi!!! (2001), l’ultima, per ora, opera di Padroni.

Claudio Crescentini, 2001
Luca Padroni, catalogo a cura di Claudio Crescentini, Temple University, Temple Gallery, Roma 2001

Le città di Luca! – di Guido Rebecchini

L’Esquilino è una delle poche zone a Roma in cui grandezza e desolazione si fondono in una miscela di atmosfere, di forme, di rumori e di odori unica in città. La purezza della Stazione Termini e il supermercato cinese, la rocca oscura degli Interni e la grazia sublime dei mosaici paleocristiani, il bordello rancido e lo splendore dell’abside di Santa Maria Maggiore: l’alto e il basso convivono nello spazio di pochi isolati e formano il panorama eletto della vita e della pittura di Luca.

Sono le vie in cui si snocciola, tra grida e sussurri, l’intrigo del Pasticciaccio di Gadda, strade violente e dolcissime allo stesso tempo, di scippi e sorrisi sinceri. Dopo gli anni londinesi, Luca ha provato a distaccarsi dal suo studio sul colle Esquilino, approdando su lidi all’apparenza più promettenti per la sua carriera di giovane pittore, ma una necessità urgente di ripercorrere luoghi familiari, anche i più sordidi, lo ha richiamato sul colle di cui si nutre la sua pittura.

Luca si aggira al mattino in quell’angolo caotico della città, mentre la folla assale i treni alla stazione o si arrabatta intorno ai banchi del mercato di Piazza Vittorio, si avventura laddove meno la vita sembra adatta a ispirare un artista, la osserva e la assorbe, senza però calarvisi totalmente. E’ quel distacco – Luca non sa parlare quel romanesco che tanto ama – che gli consente di scegliere nel tumulto della città quel che gli serve: disegni, foto, ritagli si accumulano in modo seriale e quasi ossessivo nella sua memoria e nello studio fino a coprire ogni angolo vuoto, fino a saturare la sua immaginazione. Allora, solo davanti alla tela bianca, più spesso grezza, con sforzo titanico si pone alla ricerca del senso, delle simmetrie, dei percorsi celati nel caos apparente del traffico quotidiano.

I frammenti raccolti tornano a quel punto alla mente e agli occhi e vengono fissati in piccoli studi di grande immediatezza, dalle pennellate rapide e spontanee. Questi costituiscono il materiale da cui emergono le opere maggiori, costruite in modo più meditato per stratificazioni successive, il cui obbiettivo dichiarato è quello di restituire “in sintesi” la verità di Luca sulla città e sugli uomini.

Guido Rebecchini, 2002

 

Catalogo della mostra With Love – quattro giovani artisti per il non profit, Openspace – Palazzo dell’Arengario, dicembre 2002

Identità e frammento nelle tele di Luca Padroni – di Mario Ursino

Con la polverizzazione dell’immagine tradizionale operata dalle avanguardie artistiche del Novecento e da tutte le ondate successive delle neo-avanguardie, incluse quelle dell’ultimo decennio del secolo appena conclusosi (dalla video art ai post-human, ai bad-painting e ai postorganici), è stata annullata la classica distinzione tra pittura e scultura, privilegiando l’impiego di materiali vari nelle più disparate associazioni. Ma non è così per il giovane Luca Padroni che non si prefigge totali azzeramenti, né tantomeno di affermare nuove frontiere della percezione estetica. Educato nella Slade School of Fine Art di Londra, Luca si muove nel solco di una tradizione non del tutto dimenticata, ma anzi resa nuovamente attuale, sia pure nella sua libera frammentazione-costruzione dell’opera che è la caratteristica, appunto, dell’arte della fine del secondo millennio. Infatti, per il nostro artista le direttrice fondamentali della ricercatipicamente italiana ruotano attorno alle due famose poetiche del futurismo (nella sua accezione dinamica del segno) e della metafisica come specchio di un’estraniante visione dello spazio. Come non pensare, infatti, a certe periferie sironiane in queste sue grandi tele, come A secret Place after “My cat and her Husband” of Kitaj, 1999 (Il ponte dell’industria nel quartiere della Magliana) o Via Giolitti, 1999, alla Stazione Termini dove si evocano anche le aberranti prospettive metafisiche dechirichiane?, e questa alterità metafisica non è pure ravvisabile nella composizione, quanto disfaldata nella visione dell’interno dell’antica chiesa di Santa Prassede and Christ with a big tie, 1999? E questo è il metodo compositivo del nostro Luca che mostra di cogliere bene il repertorio storico della cultura alla quale appartiene, e lo medita per personale esperienza di una certa formazione londinese, segnata da quelle personalità artistiche che tra gli anni Sessanta e Settanta sono state genericamente definite “Scuola di Londra”, come Lucian Freud, Frank Auerbach, Leon Kossof, David Hockney, Roger B. Kitay (quest’ultimo ha maggiormente influenzato Luca Padroni). In tali maestri egli ha visto una singolare mescolanza di racconto esistenziale espresso attraverso un lacerante espressionismo (di sicura ascendenza viennese, si pensi ad Egon Schiele) di forme, figure, segni, lanciati sulla tela come un urlo disperato e angosciante (si pensi al maggior inglese contemporaneo, Bacon), dove la realtà è appunto lacerto e frammento come unica possibilità di comunicazione.

Luca avverte fortemente l’attualità drammatica di una simile denuncia, ma tenta, a modo suo (direi abbastanza riuscito), di conciliare questo tipo di espressione con una più cauta ricerca di identità che rimane ancorata all’immagine topografica e storica che caratterizza ogni suo dipinto. Per fare questo egli si serve di una ricca serie di memorie fotografiche dei luoghi prescelti, dai quali trae diligenti bozzetti preparatori (interessanti anche come singole opere) dei brani da lui studiati, e che vengono poi “composti” nelle suggestive grandi tele che ho sopra menzionato, dai colori pastosi e grumosi e nelle accensioni luminose delle biacche (ancora un ricordo sironiano), spesso contrassegnati anche da ruvidi materiali (ancora tanti frammenti) inseriti a collage a formare le “architetture” dei suoi originali “palinsesti”.

Pertanto, ben si addicono oggi a Luca Padroni le parole che R. B. Kitaj pronunciò in occasione della sua grande mostra alla Tate Gallery, nel 1994, nel corso di un’intervista rilasciata per “Il Giornale dell’Arte”: “La cosa essenziale per un giovane artista è realizzare un giusto equilibrio tra libertà di esprimere se stesso e la tradizione del dipinto e del disegno che è iniziata con l’arte rupestre, ed evitare di scimmiottare l’ultima fallace tendenza in auge del momento”.

Mario Ursino, 1999

Algoritmo Festival – Bagnoregio, Castello Costaguti

I sensi consentono di interagire con il mondo che ci circonda, sono i nostri ricettori, anche solo uno di loro ci aiuta a capire, identificare, scoprire o riconoscere ciò che sta accadendo intorno a noi. Il nostro corpo riceve informazioni dall’interno o dall’esterno, le elabora e mette in moto delle reazioni; questo aspetto puramente fisico, permette ad ogni individuo di acquisire esperienza, consapevolezza e di ampliare la propria conoscenza.
Cibo per l’anima
Ogni senso è associato alla mente che ci permette di identificare cosa stiamo toccando, annusando, ascoltando, vedendo e assaporando, ma c’è né un altro… il sesto. L’Intuizione, qualcosa di indefinibile, un’intelligenza divergente, istintiva che sfugge ai parametri convenzionali della logica razionale, e si avvicina di più alla creatività. L’intuito legge i messaggi che ci arrivano dall’inconscio liberando la mente dagli schemi di ragione.

L’arte è coscienza intuitiva, e può aiutarci nel darci un senso.

Algoritmo, che anche quest’anno, ha il suo ‘dove’ immerso sullo sfondo di una città senza tempo, icona delle radici e della storia che ci ha portato al qui e ora, che ci impone di guardare al presente e al futuro.
Sedersi dentro una ex chiesa per ascoltare, guardare o agire, essere se stessi, per condividere, per donare e allo stesso tempo arricchirsi, questo avviene nell’Auditorium Taborra (Bagnoregio).
Il 10 e l’11 dicembre ci saranno artisti in performance come Silvia Giambrone, Nicola di Croce, Simone Cametti e Paolo Buggiani; mentre interverranno a parlare Stefano Monti, Barbara Martusciello, Alberto Dambruoso, Marco Trulli, Antonio Pavolini, Giovanni Boccia Artieri, Lorenza Fruci, Andrea Alessi, Giorgio De Finis, Sabrina Vedovotto, Federico Palmaroli, Massimiliano Capo, Iginio De Luca, Antonio Rocca.

All’entrata dell’Auditorium ‘Spoiler’ di Marcello Mantegazza, mentre in una sala dell’interno saranno proiettate le Gif animate vincitrici del concorso ‘Un bacio in bocca: tutte le sfumature della passione’ per Caffeina Festival.

Dall’8 ll’11 dicembre all’ingresso di Civita di Bagnoregio un’installazione site specific di Alessandro Valeri ‘Universal Keyboard’ e sarà inaugurato (a partire dalle ore 16,00 dell’8 dicembre) un piccolo percorso, che accompagnerà Algoritmo fino all’11 dicembre. Come se da Bagnoregio partisse una ideale ragnatela per raggiungere: il Castello Costaguti di Roccalvecce, dove ci saranno alcune opere della serie ‘Casa di Mumma’ di Luca Padroni e un’istallazione luminosa di Alessandro Valeri; poi Villa Lais di Sipicciano, dove in collaborazione della 3)5 ArteContemporanea, si potrà vedere l’ultima produzione di Marco Grimaldi ‘Satelliti in attesa’, ed una proiezione di Marcello Mantegazza.

 

Algortimo a cura di Serena Achilli.

Dall’8 all’11 dicembre 2016

Auditorium Vittorio Taborra, Piazza Biondini (Bagnoregio)

Palazzo Costaguti, Piazza Umberto I , Roccalvecce (VT)

Villa Lais ,via San Bernardino 49, Sipicciano (VT)

 

Unioni civili – Galleria L’Attico di Fabio Sargentini

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A questo punto della mia carriera mi destreggio. E nel destreggiarmi mi diverto. E’ un caso che Palazzeschi abitasse a un passo da qui? Oggi si professano tutti galleristi e nessuno lo è. Tanto tempo fa, era il 1983, scrissi un testo per il catalogo di una mostra ad Acireale curata da Bonito Oliva dal titolo: “Chi è gallerista e chi è mercante”. Adesso che sono tutti mercanti, e i galleristi estinti, è invalsa l’abitudine di chiamarli indistintamente, immeritatamente, galleristi. E di certo è un termine più nobile, coniato per alcuni della mia generazione che hanno guardato al proprio mestiere oltre l’ovvietà del mercato, per ritagliarsi un ruolo che avesse un’identità artistica e intellettuale precisa. E allora ad un gallerista storico come me, anomalo come me, che assiste al tramonto della propria idea di galleria, spavalda e in un certo senso romantica, che resta se non divertirsi?

Mi destreggio, dicevo, con le opere che possiedo e le mescolo, le raggruppo come carte da gioco in un solitario componendo coppie e tris. E mi diverto anche a sorprendere gli autori ignari degli abbinamenti. Poteva mai pensare Paola Gandolfi di imbattersi un giorno in Giovanni Stradone, pittore della Scuola romana amato da mio padre, sulla strada del Colosseo? Matteo Montani, invece, se lo poteva aspettare di vedersela con Vasco Bendini. Un accostamento che viene naturale il loro, fondato sull’affinità spirituale. Giancarlo Limoni da sempre professa un amore incondizionato per Constant Permeke e le sue marine. E io che faccio? Gli procuro un incontro ravvicinato proprio con una marina del maestro. Una sfida da far tremare le vene e i polsi. In Luigi Ontani e Stefano Di Stasio si rinvengono icone simili e dissimili. Il San Sebastiano del primo sporge il petto implume, immune da frecce, mentre quello del secondo ne è trafitto, come di rito, con accanto un suo doppio che suona il pianoforte… E Marco Tirelli? Lui sì che sarà sorpreso dall’abbinamento con Luca Padroni, a sua volta non meno sorpreso. Le opere di entrambi alludono al cosmo, a uno spazio siderale, a pianeti lontani. E stanno bene collocate tra palcoscenico e platea come in un microcosmo.
L’ultimo divertimento, ma forse è il primo, sta come sempre nella scelta del titolo: Unioni civili. D’altronde il sottoscritto, da gallerista sul filo del rasoio dell’artista, scrittore e regista, non conduce da tempo una sua battaglia di civiltà?

Fabio Sargentini

Unioni civili

Inaugurazione: venerdì 10 giugno 2016 ore 19
Dal 10 giugno al 30 settembre 2016
Orari: dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20

L’attico
Via del Paradiso 41, Roma
Tel. 066869846 – info@fabiosargentini.it
www.fabiosargentini.it